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rassegna stampa dell’Institut de Danse du Val d’Aoste.
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A 15 anni sulle orme di Roberto Bolle.

Il giovane ballerino aostano è già stato sul palco della Scala e ad aprile sarà a New York

Lorenzo Pontiggia«Non rinunciare ad un sogno solo perché pensi che ti ci vorrà troppo tempo per realizzarlo. Il tempo passerà comunque». Con questa frase del poeta turco Nazim Hikmet, che, non a caso, Lorenzo Pontiggia ha messo nella sua pagina Facebook, si può spiegare la feroce determinazione che sta portando il quindicenne valdostano a cercare di realizzare un sogno nato, guardando dei video, quando aveva 6 anni: diventare un primo ballerino come il suo idolo Roberto Bolle. Un percorso irto di difficoltà in un’Italia ricca di pregiudizi e povera di opportunità. Anche nella Milano, dove all’epoca abitavano i genitori, che pure è sede della Scuola di Ballo Accademia Teatro alla Scala che ha sfornato ballerini come Carla Fracci, Luciana Savignano e, appunto, Roberto Bolle.

«Nessuna scuola accettava i maschi – racconta -. Mia mamma ha girato tutta Milano finché mi hanno preso in una scuola privata in cui ero l’unico maschio. Una solitudine che è durata fino allo scorso anno, creando anche problemi con le mie compagne perché la figura maschile faceva strano». Provvidenziale, nel 2010, il trasferimento dei suoi ad Aosta, dove la mamma, l’aostana Federica Vivoli, voleva tornare dopo venti anni a Milano. Determinante è stato l’incontro con Dorothy Rollandin dell’Institut de Danse du Val d’Aoste e Yvonne Henshaw del For Dance Institute Saint-Vincent. «Mi hanno sempre stimolato, facendomi crescere tecnicamente ma anche come persona. E’ lì che ho capito che, se mi impegnavo, avrei potuto raggiungere alti livelli. Senza di loro non sarei mai arrivato fin qui».

Inseguendo il suo sogno nel 2013 fece due audizioni: all’Ecole Supérieure de Danse di Cannes e all’Accademia Teatro alla Scala Milano. Superatele entrambe, scelse La Scala. Alla corte del direttore Frederic Olivieri e affidato alle esperte mani di Maurizio Vanadia.  «L’impatto è stato traumatico: tutto nuovo, lontano dalla famiglia, 4 ore al giorno di allenamento e dalle 16 alle 20 a scuola. In compenso ho provato l’enorme emozione di ballare sul palco de La Scala». Il 25 e 26 aprile 2015 rimarranno indimenticabili per Lorenzo per l’emozione di esibirsi sullo storico palco, ma, anche, perché la mattina si è ritrovato a scaldarsi alla sbarra con Roberto Bolle. «Per l’emozione mi sono bloccato – ricorda -. Gli ho, invece, parlato alla presentazione di un suo libro alla Feltrinelli. E’ stato gentilissimo e mi augurato il bocca al lupo per la carriera. E’ il mio modello.  Tecnicamente ci sono ballerini cubani o russi più virtuosi, ma quello che rende grande un ballerino è la capacità di esprimersi, e Bolle trasmette più di tutti».

Problemi a un ginocchio che l’hanno bloccato per sei mesi, non hanno permesso a Lorenzo di accedere al corso successivo, per cui nel settembre 2015 si è trasferito a Parma per frequentare Professione Danza di Francesco Frola. Il clima più familiare della scuola lo ha aiutato a maturare e raggiungere importanti risultati. A ottobre, a Cordoba, in Messico, ha superato le semifinale dell’importante Youth America Grand Prix accedendo alle finali che si svolgeranno ad aprile a New York. ha inoltre, ottenuto la borsa di studio per la Summer Intensive School che si svolgerà tra giugno e luglio a Orlando, in Florida. Ha anche vinto il 1° premio a Danza in Fiera Firenze con il difficile pas de deux de «Il Lago dei Cigni». «Ho il fisico fatto per la danza, perché sono alto 1,85 e i ballerini alti meno di 1,80, vengono scartati per i pas de deux. Come diceva, però, Nureyev, i muscoli sono solo un mezzo per esprimersi, perché più importanti sono le energie mentali. Senza la testa non si va da nessuna parte».

Dorothy Rollandin: “la danza è l’unico modo che conosco per comunicare”

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Intervisto Dorothy Rollandin via Skype. Di solito non amo fare questo genere d’interviste. Lo schermo, come il telefono, costituisce un filtro che non consente di cogliere l’essenza della persona che hai innanzi. Con Dorothy, però, questo non è accaduto. È una donna di classe, elegante e ha una forza e un carisma che pure un gelido schermo del PC permette di recepire.

Quale fu, da bambina, la motivazione che ti portò a studiare danza?

Ho iniziato a danzare ancora prima di capire cosa stessi facendo. Le mie sorelle studiavano danza e così, a tre anni e mezzo, iniziai anch’io. Ma fu un incontro fortunato. Non smisi più. E da quell’inizio casuale e non scelto, il susseguirsi di una serie di altalenanti momenti: l’amore, l’odio, la voglia di stare in scena, la difficoltà, l’accettazione del giudizio, l’effimero. Cominciò un percorso di ricerca che mi ha portato ai primi lavori, le audizioni, studi più approfonditi con le compagnie e i viaggi per l’Europa.

E invece cosa ti ha portato a New York?

L’idea di un viaggio studio a New York era nell’aria, ma il trasferimento avvenne per motivi prettamente personali. Il mio compagno, poi divenuto marito, fu invitato a seguire un dottorato di ricerca. E mi chiese di andare con lui. All’inizio fui titubante ma poi accettai. E da lì, una serie di eventi casuali e fortuiti. La prima audizione andata bene, il lavoro, l’incontro con Zena Rommett che dopo solo pochi mesi mi chiese se volevo insegnare perché ci sarebbe stata la possibilità di fare l’assistente all’Alvin Ailey School.

Un momento estremamente fortunato.

Allora non capii subito quello che mi stava succedendo. Oggi, col senno di poi, probabilmente vivrei quegli eventi in maniera differente. Era il 1996. Esisteva un programma, la “Scholarship” al quale si poteva accedere per audizione. Si trattava di un vero e proprio scambio per cui tu potevi studiare, gratuitamente, ma concedevi alla scuola dieci ore di lavoro a settimana. All’interno del programma si potevano seguire le lezioni di Zena Rommett la quale insegnava Floor Barre®. Io andai perché soffrivo di male alla caviglia.

Qual è la storia di Zena Rommett?

Lei era una danzatrice che già alla fine degli anni sessanta aveva aperto uno studio nella parte sud di Manhattan. Questa tecnica la elaborò lavorando col Joffrey Ballet. Insegnando ad alcuni danzatori classici notò una poca corrispondenza tra l’estetica, la ricerca della linea e della bellezza del corpo e la consapevolezza di ciò che si stava facendo.

C’è una sua frase che mi ha colpito molto: “I ballerini imitavano i movimenti in modo superficiale senza esserne coscienti”.

Questo era esattamente ciò che lei non amava della danza. Magari aveva innanzi grandi danzatori ma gli stessi, pur bravi, non avevano alcuna consapevolezza di sé nello spazio. Lei definiva la sua tecnica, una sorta di meditazione della danza. E forse era esattamente ciò che cercavo.

Come vivi la danza? Cos’è per te?

È in assoluto l’unico modo che conosco per comunicare. La danza è diretta e ora, dopo il percorso fatto come “Danza Movimento Terapeuta”, ne sono ancora più consapevole. A posteriori ho capito che tutto ciò che facciamo con il corpo è molto diretto, poco mediabile. Un danzatore in particolare, attento alle linee e al numero dei giri, spesso dimentica di lasciar fruire, comunicare, di respirare.

New York è da sempre una città all’avanguardia, anche e soprattutto nella proposta di nuovi stili e tecniche di danza. C’è un così grande divario rispetto alla realtà italiana?

È una questione di corsi e ricorsi storici. L’Europa e l’Italia furono, per esempio, all’inizio del ‘900 promotrici di grandi avanguardie. L’America, oggi, è il luogo della possibilità. È un concetto che esiste internamente nelle persone. Creare qualcosa di nuovo non passerà a un setaccio storico/culturale così puntiglioso come accade in Italia. La gente è curiosa verso ciò che è nuovo. Non svaluta a priori. In Italia esiste questa reticenza.

Il prossimo 16 Maggio sarai presso l’Arcobaleno Danza. La scuola, importante realtà milanese, nella persona di Emanuela Grungo, è da sempre attenta alle nuove proposte. Qual è il motivo per cui noi danzatori dovremmo venire a fare la tua lezione? Che cosa rende speciale la tua tecnica rispetto a ciò che già esiste?

Io credo che venire il sedici e poi eventualmente partecipare al progetto che prenderà il via a Ottobre fino a Maggio 2016 sia un’opportunità che insegnanti, danzatori, cantanti, attori, possono darsi per stare in contatto con se stessi, meditando con la danza. Questa sensazione di centratura che si raggiunge con la Floor Barre l’ho ottenuta solo con questo metodo. È vero che non ho provato tutti i metodi del mondo, ma attraverso questa tecnica sono riuscita a raggiungere una maggiore consapevolezza interna. Ristabilisce ogni volta i punti basilari ed essenziali dell’anatomia del corpo.

Il metodo di Zena Rommett è nato per perfezionare la tecnica del balletto ma nel tempo si è dimostrata efficace anche per gli attori, i cantanti e gli sportivi.

Esattamente. Nella lezione di Zena s’incontravano tanto i ballerini dell’ABT o del New York City Ballet quanto gli attori e anche semplicemente la signora con qualche problema fisico che desiderava stare meglio. Nel momento in cui le lezioni sono diventate open, aperte a tutti, Zena faceva grande attenzione al gruppo di ogni singola lezione e a esso la lezione era indirizzata. Ho sempre apprezzato quest’aspetto che la caratterizzava; la capacità di andare oltre ogni fronzolo e vedere la bellezza di un corpo che aveva anche 40 kg in più.

Com’è nata la collaborazione con l’Arcobaleno Danza?

È nata dall’idea della Zena Rommett Dance Foundation di creare sul territorio italiano una maggiore visibilità di questa tecnica. Esiste da molti anni. Il primissimo corso di certificazione con il marchio registrato è stato nel 1998 in America. Sono passati venti anni e qui in Italia facciamo ancora un po’ fatica a farla conoscere e accettare. Ultimamente c’è stato un investimento sia da parte della Fondazione che da parte mia per tentare di essere più presenti e riconoscibili. Vorremmo che fossero più chiari i benefici della tecnica, ma anche la sua “professionalità”: esiste l’obbligo della formazione e della reiterazione della stessa che prevede un aggiornamento annuale e un continuo scambio tra insegnanti per confrontarsi e risolvere eventuali dubbi. L’obiettivo che si propone la Rommett è di creare un luogo dove le persone si preparano, continuano a prepararsi, offrendo un prodotto d’eccellenza e non surrogato. La certificazione, si sa, ha un costo. Ma ogni anno, passando al livello successivo, diminuisce fino a diventare una cifra davvero irrisoria. Da mentori e insegnanti s’inizia anche a essere retribuiti.

Danzatrice o insegnante, qual è il ruolo che ti si confà di più?

Forse l’insegnante. Amo stare in scena ma mi piace un po’ meno ciò che ruota intorno al mondo della danza. Le audizioni, le modalità di scelta, le dinamiche di mercato, il botteghino, come sono gestiti in Italia i teatri. È più appagante dare lezione e fare del bene. Vedere le persone che sbocciano e migliorano.

Mi parli del progetto cui accennavi prima? Il seminario di approfondimento sulla Zena Rommett Floor Barre che si terrà presso l’Arcobaleno Danza?

Il progetto è stato messo a punto con Emanuela Grungo. Partendo dall’esigenza della Fondazione di proporre una continuità di formazione a un livello medio alto. L’obiettivo è superare la soglia della certificazione isolata che non può garantire professionalità dando un’opportunità per continuare la formazione tra una certificazione e l’altra, elemento importante in Italia ed in Europa dove la Floor Barre® non è facilmente accessibile. Ovviamente il corso è rivolto anche agli insegnanti o professionisti del settore che vogliono avvicinarsi alla tecnica per poi certificarsi o per la loro propria formazione personale. Il corso si struttura in cinque fine settimana. Partendo dalle posizioni di base fino ad arrivare alle transizioni, lavorando con un obiettivo ogni volta diverso; dall’allineamento e la centratura, fino alla forza che serve per allegri, giri e salti, le questioni che a un danzatore stanno più a cuore. Il mio intento è di passare il più possibile ciò che Zena mi ha insegnato in questi anni.

Consiglio a tutti di non perdere la sua lezione. Esistono tanti metodi d’insegnamento. Tante tecniche. Ma quante sono davvero valide? Dorothy ha la consapevolezza di chi è certo della propria professionalità. Una consapevolezza che, forte del proprio straordinario background, regala a chi la ascolta un senso profondo della danza. L’appuntamento con Dorothy Rollandin è il prossimo 16 Maggio presso l’Arcobaleno Danza di Milano.

Francesco Borelli
Sabato 09 Maggio 2015 10:00

Fonte originale: http://www.dancehallnews.it/notizia/609/

Articolo sulla Floor-Barre® scritto da Dorothy Rollandin e pubblicato su Chorégraphie, diretta da Flavia Pappacena.

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